“Germania, pallida madre”

La coalizione tra centro e centrosinistra in Ue apre la porta ai fantasmi del passato. Serve un’alternativa chiara e netta

Se, dopo i risultati di ieri per l’elezione del Bundestag, avessimo ancora voglia d’ironizzare, verrebbe da dire che anche il sistema politico tedesco ha cessato di costituire un’anomalia nell’Europa continentale. Che si è, infine, “europeizzato”. E che, da bastione della stabilità politica, vede adesso aprirsi una stagione di strutturale instabilità, dagli scenari tutt’altro che prevedibili.

Certo, la Union dei cristiano-democratici protestanti e dei cristiano-sociali cattolici bavaresi si conferma il primo partito. Ed è ad Angela Merkel che viene affidato l’incaricodi formare un nuovo governo, per la quarta volta come Cancelliera. Ma Cdu e Csu lasciano nelle urne oltre l’8 per cento con 1.070.000 voti che trasmigrano verso i “populisti di destra” dell’AfD e 1.330.000 verso i Liberaldemocratici dell’Fdp.

Certo, i socialdemocratici guidati da Martin Schulz restano la seconda forza politica del paese e ancora tra le più significative nella malandata famiglia del socialismo europeo. Ma, con la perdita di un ulteriore 5 per cento dopo due mandati come alleato minore della Cancelliera, segnano il peggior risultato della loro storia e un declino che appare verticale.

E, soprattutto, irrompe in Parlamento forte di 94 deputati Alternative für Deutschland, un partito capace di coniugare una dottrina ferocemente neoliberista ed euro-scettica in campo economico-finanziario, caratteristica del gruppo di economisti conservatori che lo fondarono nel 2013, con un discorso marcatamente razzista e, in particolare, islamofobo. E, più in generale, di reazione aperta a qualsiasi avanzamento sul terreno dei diritti civili. Una forza che non nasconde i suoi legami politici e organizzativi con ambienti esplicitamente neo-nazisti.

Una prima cosa dev’essere affermata con brutale chiarezza: è la politica della Große Koalition, della collaborazione, in Germania come in tutta Europa, tra il centro e il centrosinistra in nome della conservazione dello status quo e della difesa degli interessi economici e sociali dominanti, ad aver aperto per la prima volta dal 1945 all’estrema destra le porte del Parlamento tedesco. Una politica che, anche in terra tedesca (sì, anche lì oltre che in tutto il Sud Europa mediterraneo), si è caratterizzata negli ultimi anni per l’impoverimento materiale e culturale e la marginalizzazione sociale di settori crescenti di popolazione, spesso abbandonati a se stessi di fronte alle “irresistibili” forze del mercato capitalistico, interno e globale.

Non abbiamo bisogno di scomodare gli orrendi fantasmi di un “passato che non passa” per manifestare il nostro spavento. Ci bastano le posizioni di cui oggi partiti come l’Afd, e i loro simili in tutta Europa che in queste ore esultano, si fanno portatori, sull’immigrazione così come sui diritti sociali e civili. E le letture che sentiamo fare in queste ore, dalla Merkel ma non solo, non ci convincono affatto e ci preoccupano ulteriormente. Dire cose del tipo “dobbiamo capire gli elettori che si rivolgono all’AfD e irrigidire, anche su scala europea, le nostre politiche sull’immigrazione”, significa semplicemente – e la storia passata e recente ha qui invece molto da insegnare – rinunciare alla difesa di fondamentali valori costituzionali, spostare drammaticamente a destra l’asse della discussione pubblica, alimentare il contagio, consegnando nei fatti una vittoria politica alle peggiori destre. È un copione che abbiamo già visto, in particolare nelle cronache degli ultimi mesi estivi, andare pericolosamente in scena anche in Italia. Così come nell’ultimo anno in Francia. E, ovunque in Europa, dove lo scontro politico si sia ridotto alla tragica alternativa tra la conservazione dell’esistente e gli aggressivi populismi di destra.

Il quadro elettorale tedesco ci restituisce, per fortuna, un’immagine diversa. Vi è, confermata solidamente in campo, una sinistra che, con chiarezza e determinazione, ha posto al centro della sua iniziativa la giustizia sociale e redistributiva, la difesa dei diritti dei più deboli e la prospettiva di una radicale trasformazione, ecologica e sociale, di sistema. È la Linke guidata da Katja Kipping e Bernd Riexinger che, aumentando il numero dei suoi voti e dei suoi parlamentari (9,2 per cento e 69 deputati con la più alta rappresentanza femminile), cresce anche nelle città dell’Ovest e soprattutto tra le e i giovani precari e costituisce ad Est un bastione, territorialmente ben radicato, al dilagare dei para-nazisti. Una sinistra consapevole, fin dalle sue prime dichiarazioni, della necessità di lavorare duro alla costruzione di maggioranze sociali, prima ancora che a formule politico-istituzionali, capaci d’incarnare una realistica alternativa di progresso e cambiamento.

Nel momento in cui scrivo, nella turbolenta stagione politica che si apre, non sappiamo come si svilupperà il dibattito interno alla Spd, se continuando nell’alleanza subalterna all’ordoliberalismo di Merkel si condannerà a una progressiva irrilevanza o sceglierà una diversa strada (come parrebbe dalle prime reazioni dello stesso Schulz). Né conosciamo se, all’interno dei Grünen, prevarranno le posizioni oggi omologate all’establishment e la scelta di entrare in un governo anche con gli ultrà liberisti dell’Fdp, a costo di rinunciare ai valori e alle rivendicazioni fondanti un’esperienza politica ambientalista, un tempo innovativa e di rottura. Di certo immaginiamo che una loro drastica “correzione di rotta” troverebbe nella Sinistra un interlocutore attento e ben cosciente della necessità di cambiare sul serio la Germania per cambiare a fondo l’Europa. E viceversa. Una necessità, che alla luce dei risultati di ieri, diventa un’urgenza sempre più drammatica. Perché la Germania si conferma, nelle parole di Brecht, la “pallida madre”. Di noi tutti. E chi guarda al bisogno di un’alternativa all’esistente, come noi in Italia e in Europa tutta, non può che rivolgere là il suo sguardo, sgomento e speranzoso al tempo stesso.

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