Elogio del proporzionale per un campo largo a sinistra

Cinque leggi in 25 anni. Rimettiamo al centro gli elettori. Riavremo la bussola della loro rappresentanza e ritroveremo anche un nuovo assetto partitico

Ci risiamo. Dopo alcune legislature con sistemi elettorali post-proporzionali, costruiti di volta in volta su misura per i contendenti più forti, torniamo allo stesso gioco. Stiamo per concludere una legislatura nata con una legge incostituzionale, abbiamo consumato governi che hanno immiserito anche quel poco di nobile che c’era nella stessa vocazione maggioritaria, abbiamo bruciato bipolarismo e bipartitismo, siamo nel pieno di un tripolarismo multipartitico con partiti e movimenti, vecchi e nuovi, tanti come mai prima.

Ebbene chi dopo tutto questo sperava si potesse aprire una fase nuova e discutere di una legge rispondente alle esigenze generali del paese oggi, rinunci alle speranze. Le posizioni del M5S, prima proporzionalista, adesso favorevole ad una legge maggioritaria, e l’ultima trovata del Pd di un modello tedesco in salsa italiana che con una scheda unica costringerebbe a listoncini locali fatti su misura per premiare Pd e alleati locali e per rendere inutile i voti ai partiti piccoli (da SI ad Art.1) ripropongono un altro modello di legge su misura per un confronto muscolare e diretto tra i due principali contendenti.

Ci stiamo così candidando a raggiungere il record di 5 leggi elettorali, tanto su misura quanto inefficaci e costituzionalmente precarie, in 25 anni.

Come mai? Se tutto questo può accadere nel nostro paese è perché le soluzioni sperimentate non hanno sciolto il nodo del rapporto tra rappresentanza e governabilità adottando compromessi che lo hanno aggrovigliato invece di scioglierlo. Ed oggi, quando una persona indubbiamente sensibile alla rappresentanza ed alla società civile come Pisapia afferma «Sono per perseguire governabilità, conoscere il candidato e votarlo; è possibile un sistema misto; tra proporzionale e maggioritario si può trovare una soluzione», mi pare che proseguiamo sulla stessa via senza uscita. L a rilevanza politica crescente che la governabilità sta assumendo a sinistra rispetto alla rappresentanza non tiene conto della mutazione nell’assetto strutturale del nostro sistema politico: non siamo più nel tradizionale bipolarismo con due partiti egemoni, ma in un tripolarismo strutturato con tre aree che rappresentano ciascuna un terzo degli elettori.

Se si vuole garantire che una delle tre forze/aree abbia il 53-55% dei seggi – quasi raddoppiandone il peso reale e quindi dimezzando quello degli altri partiti – il problema non è di sistema elettorale, ma di sistema istituzionale. O si va verso un sistema di premierato forte o di presidenzialismo in cui magari col ballottaggio si sceglie “chi” deve governare, riconfigurando di conseguenza gli altri livelli istituzionali con accresciuti poteri di riequilibrio (così è nel sistemi presidenziali francese e statunitense) o si sceglie di restare dentro un sistema parlamentare in cui si eleggono le forze politiche lasciando ad esse il compito di conquistare il consenso della maggioranza degli elettori e se non ce la fanno di allearsi con le forze politiche più vicine ed omogenee (come avviene ad esempio in Germania). Tertium non datur.

Nel nostro caso specifico, poiché abbiamo alle spalle un referendum che ha detto No ad una mutazione costituzionale che configurava il primo modello bisogna prenderne atto e bisogna che lo facciano tutti, sia quelli che hanno votato no che quelli che hanno votato si. Ma c’è un altro ragionamento da fare. L’assetto politico delle democrazie occidentali è in mezzo ad una bufera che scuote le tradizionali divisioni sinistra-destra, progressisti-conservatori mentre nuove diadi emergono tra alto e basso, protezione ed apertura. Siamo, insomma, in una fase di delicata mutazione.

Come ritrovare la bussola per costruire un nuovo assetto partitico se non rimettendo al centro di esso gli elettori e la loro rappresentanza? E come fare questo se non dando vita ad una legislatura ri-costituente che abbia il coraggio storico di consentire agli elettori di esprimere liberamente le loro volontà, senza ricatti di meno peggio e “voti utili forzati”, e di ripartire da uno straordinario bagno di democrazia rappresentativa per ricostruire la politica?

Pur riconoscendo che la discriminante destra-sinistra, progresso e conservazione è stata messa in discussione da processi oggettivi (globalizzazione) e soggettivi (subordinazione culturale delle forze di sinistra al mercato), penso che essa rimanga ancora una linea di demarcazione sulla quale si articola ogni democrazia. E penso che le forze come il M5S che, invece, allignano sulla non scelta tra destra e sinistra vadano sfidate proprio su questo terreno. Ma per fare questo la sinistra deve farsi protagonista essa di una fase nuova: assumere il proporzionalismo come necessità storica della fase attuale. Solo così lo spazio che si è creato con la ricollocazione al centro del Pd può essere riempito da una soggettività politica nuova, con una massa critica significativa. Senza restare invischiati nello scontro tra populismo di governo e populismo antiestablishment.

Per un nuovo campo largo di sinistra capace anche di condizionare, ma a partire dalla propria autonomia progettuale.

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