Così fan tutti, anche il M5S sceglie la formula del capo politico

Di Maio e non solo. Con la scelta di un capo con il volto cattolico e moderato, il M5S corre il concreto rischio di assorbimento della sua forza eversiva e di attrazione a sinistra

Grandi movimenti in casa cinque stelle. Tra gli osservatori prevalgono le facili ironie. Le allusioni sui trucchi della piattaforma Rousseau o i rimbrotti sul ricorso molto risicato al clic non servono per comprendere un processo politico in corso.

Il punto vero, da cogliere nella evoluzione del M5S, non è la sceneggiata di primarie che si presentano con un vincitore annunciato e senza che in lizza compaiano veri contendenti. Rispetto all’incoronazione, sin dall’inizio data per scontata di Di Maio, che tanto fa discutere, va rammentato che gli altri partiti “normali” non si erano certo comportati diversamente nelle grandi finzioni delle primarie.

Fu con Prodi che si celebrarono le primarie per l’acclamazione nei gazebo del leader unificatore che intendeva, con un plebiscito sulla persona, liberarsi dal condizionamento dei capi di una coalizione assai larga. Nessun rischio contemplava quel rito di investitura, con candidati che erano ostili solo per un gioco di ruolo e con la recita di personaggi calibrati a posta per non danneggiare il gradimento del candidato premier già designato dagli stessi capi partito da cui intendeva affrancarsi.

Anche la prima contesa per la chiamata di Veltroni alla guida del Pd seguiva uno spartito identico. Avversari di maniera, alcuni improbabili contendenti ammessi per non disturbare il riconoscimento già avvenuto del primo timoniere. Ora anche il M5S si adegua all’andazzo già consolidato, nel segno di una volontà di rottura ormai archiviata che si tramuta in esigenza di normalizzazione. E’ efficace questa volontà di rapida omologazione alle finzioni della seconda Repubblica?

Clamore ha suscitato il gesto conformistico del nuovo leader Di Maio di baciare il “sangue” di San Gennaro. Una pacchiana esibizione, certo. Ma non fece altrettanto Bassolino? Il problema per il M5S è proprio questo.

Approdare così presto a riti e a simboli kitsch che altri politici hanno già sperimentato, con esiti fallimentari. Va intesa, in questo senso di celere normalizzazione, anche la mistica del candidato premier che ora è di scena nel non-partito.

Anche il M5S ricicla la sceneggiatura falsa e mistificante della seconda repubblica di un candidato premier che gli elettori dovrebbero eleggere direttamente senza più la mediazione parlamentare. Conta poco che si tratta di un espediente illusionistico in un sistema ormai quadripolare. A questo riguardo, la cosa più rilevante da cogliere è l’implicazione del ricorso alla ambigua formula del “capo politico”. Un aspetto positivo nella vicenda, a parte il risvolto linguistico, è il fatto che il movimento in apparenza cede il suo originario carattere micropatrimoniale e esprime un leader politico.

La sua forza di direzione, e la sua effettiva autonomia, è però tutta da sperimentare e verificare nel processo politico reale. Con primarie non contese, e con il mi piace di appena 30 mila navigatori, è arduo tagliare il cordone ombelicale con l’impresa di riferimento. Al momento di tratta solo di un potenziale passaggio dal non-partito a conduzione micro-aziendale a una investitura formale per l’esercizio di funzioni politiche. Nel dipanarsi della vicenda molto dipenderà da chi vanterà il potere cruciale della nomina dei candidati blindati.

Sul versante della cultura politica, sorprende la formula del “capo” politico adoperata a Rimini. Già Rousseau immetteva nella sua radicale critica della rappresentanza, e nella sua invocazione della democrazia diretta, la figura ambigua del legislatore, cioè dell’uomo straordinario cui attribuire funzioni magiche e una facoltà di decidere oltre le procedure. Ma il ruolo di capo politico rispolverato dal M5S sembra una parodia rispetto alla liturgia fasulla degli inizi racchiusa nella formula dell’uno vale uno.

Sul piano delle culture politiche (il leaderismo, la democrazia immediata con un “capo”), delle simbologie (il miracolo di San Gennaro), la ascesa di Di Maio omologa il M5S a tutti gli altri non-partiti esistenti. Come Renzi potrebbe essere, senza alcuna forzatura, leader del Pd, di Fi o del M5S, così anche il politico campano potrebbe occupare il ruolo di “capo” in una qualsiasi delle altre sigle insignificanti della non-politica italiana.

Con la scelta di un “capo” dal profilo meridionalista e con il volto cattolico-moderato, il M5S corre il concreto rischio di assorbimento della sua forza eversiva che trascendeva gli spazi politici tradizionali e attraeva anche un vasto elettorato di sinistra.

Continua ad esserci nel non-partito la figura significativa di Fico che, oltre al dubbio amletico se salire o non salire sul palco, incarna una sensibilità più di sinistra. Non è detto però che questo pluralismo embrionale basti per conservare la formula vincente di un non-partito capace di mietere consensi a centro, destra e sinistra.

La normalizzazione con un “capo” politico spiccatamente moderato potrebbe rivelarsi una mossa azzardata per la tenuta delle truppe dopo lo tsunami trionfale del 2013.

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